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Cucù
Postato da CuloDritto alle 16:18 |
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Ci sono, eh.
Ancora un attimo.
Postato da CuloDritto alle 12:11 |
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Oplà
Bene, eccomi qua.
Non ho ancora aperto un nuovo blog, quindi in teoria questo post non ci dovrebbe essere.
Ma io non sono la migliore delle blogger possibili, la mia volontà è flebile e sto iniziando a grattare i muri perché sento il bisogno di comunicare con gente con non conosco e non vedrò mai, il che fa chiaramente di me un’alienata.
Mi ero sempre domandata perché la gente compri domini a pagamento per scrivere un blog quando esistono tante piattaforme gratuite.
Adesso l’ho capito: sui domini a pagamento si possono fare milioni di cose, sulle piattaforme tre (risultato di un’equazione differenziale stocastica non lineare calcolata l’altro giorno dal mio nano da giardino, Bagongolo).
Ad esempio che adesso, dopo Padova e gli Stati Uniti, anche casa mia ha innalzato un muro della vergogna: serve a dividere l’erba del giardino dalla passerella in muratura.
Scopo della manovra è impedire al cane di defecare sull’erba trasformando il prato in un’arsa distesa di terra, esanime.
Il nemico è alle porte e mi fissa in cagnesco, sbavando.
Digitando una lista di parole chiave, Google Trends produce come risultato un piano cartesiano che visualizza l’andamento nel tempo delle ricerche globali per le parole chiave selezionate.
(Guardate che era difficile da spiegare, provateci voi se siete capaci.)
Questo permette di scoprire un sacco di cose interessanti, tipo che la popolazione mondiale cerca di più Babbo Natale che Bang Bros (il che impone una severa autocritica a tutti coloro che gravitano nel mondo del porno: ragazzi, so che potete fare di meglio! Io credo in voi).
Nella colonna sonora dell’ultimo di Scorsese ci sono i Dropkick Murphys.
I Dropkick Murphys!
Capite?
E’ un gruppo che adoro da quando avevo quindici anni, li ho visti dal vivo e sono una delle mie band del cuore.
I miei amici mi hanno sempre sfottuta a sangue per questa cosa, dicendo che ascolto gruppi inutili, sconosciuti e con nomi assurdi.
La parola “dropkickmurfis”, storpiata all’americana, è oggi comunemente usata come sfottò alla sottoscritta (Introduzione alla sociolinguistica culodrittiana, G. Berruto, Laterza ed., 2006, 202 pp, 79,00 euro.)
Inutile dire che, quando ho sentito I’m sipping up to Boston sparata a tutto volume dentro un cinema, ho avuto un mezzo orgasmo e gemuto di felicità.
La mente umana è una cattedrale, davvero.
Postato da CuloDritto alle 10:20 |
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Prologo
Federica
Postato da CuloDritto alle 14:09 |
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In edicola
Dalla cultura alla cucina, dalla politica all’oroscopo, dalla moda all’economia: tutto quello che gli internauti digitano sui motori di ricerca e viene registrato dal contatore Shynistat di questo sito.
Ogni dubbio sarà fugato, ogni incertezza spazzata via: ciascuna domanda troverà una risposta.
CuloDritto: la soluzione delle tue ricerche.

CuloDritto: solo nelle migliori edicole della tua città.
Postato da CuloDritto alle 18:29 |
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La formazione musicale di CuloDritto (2)
Non avevo più niente di interessante da ascoltare.
Il mio amichetto delle medie si era appassionato ai Doors e aveva preso a parlare in modo allusivo, di porte della percezione e ampliamento dei sensi.
“Non capisco il tuo gergo” gli dicevo, perplessa.
“Ascolta i Doors, Fede, e capirai”, mi rispondeva a mò di Sfinge.
E allora ho ascoltato i Doors.
Tra le altre, ho comprato questo libro, che conteneva tutti i testi (tradotti) e brani di commento del tipo:
Ma vi pare?
Ho letto tutti i libri di Rimbaud, Baudelaire e Nietzsche tra i quattordici e i quindici anni.
Non ci capivo assolutamente nulla, ma tenerli tra le mani mi faceva sentire molto ribelle e predestinata.
Per Natale sono andata a pranzo dai parenti travestita da punk stringendo Genealogia della morale sotto il braccio, da sfogliare annoiata quando la discussione languiva.
I miei parenti mi guardavano di traverso e si preoccupavano per me (“E’ strana quella ragazzina. Diventerà mica lesbica? Ti piacciono i maschietti, vero, Fede?”).
Ad esempio in The End c’è un rimando al complesso di Edipo, di cui non avevo mai sentito parlare.
Sapere che i maschi provano l’impulso di andare a letto con la loro mamma mi ha fatto decidere di lanciare la mia prole giù da un dirupo nel caso sia maschia.
(Lo so, c’è anche quella storia di Elettra. Che ci posso fare? Adotterò un pinguino.)
In una canzone Jim diceva “Potremmo programmare un omicidio o fondare una religione”. Non mi pareva un’idea malvagia, tutto sommato, ma non ne afferravo bene lo scopo.
Ho letto dei manuali. Perché, che avevate capito?
Postato da CuloDritto alle 14:06 |
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CuloDritto consiglia
Agnello in salsa di aneto alla maniera di Raymond Chandler
1 cipolla a fettine
1 carota tagliata a julienne
1 cucchiaio di semi di aneto tritati o 3-4 rametti di aneto fresco
1 foglia di alloro
12 grani di pepe
1/2 cucchiaino di sale
850 ml di brodo di pollo
1 cucchiaio di farina
1 tuorlo d'uovo
3 cucchiai di panna
2 cucchiaini di succo di limone
pepe nero appena macinato
Buttai giù un sorso del mio whisky sour, spensi la sigaretta schiacciandola sul tagliere e osservai una cimice che arrancava per uscire dal lavandino. Avrei avuto bisogno di un tavolo da Maxim, cento verdoni e una bionda da mozzare il fiato.
Ma avevo solo un cosciotto di agnello, e nessun indizio per capire cosa farmene. Afferrai la carne. Era fredda e umidiccia come la stretta di mano di un coroner. Tirai fuori il coltello, e la tagliai a grossi pezzi. Sentire la lama nella mano mi fece venir voglia di affettare una cipolla, e prima che mi rendessi conto di quello che stavo facendo una carota era stesa a listelle sul ripiano della cucina. Non si mossero. Gettai il tutto in una pentola insieme a qualche rametto di aneto, una foglia di alloro, una manciata di pepe e una presa di sale. Cominciavano a riaversi, allora versai il brodo di pollo e alzai un po' il fuoco. Volevo cuocermeli lentamente, il più lentamente possibile. Dopo 90 minuti e mezza pinta di bourbon non erano più tanto duri, e neanch'io. Separai la carne dalla verdura, poi ci piazzai sopra il coperchio per trattenere il vapore. Avevo ancora il coltello in mano, ma non si sentivano le sirene.
In questa città l'untume arriva sempre in alto, così filtrai il sugo per schiumare il grasso. Versai un po' d'acqua e misi un'altra volta la pentola sul fuoco. Era venuto il momento di affrontare il burro e la farina. Li rigirai per bene, li ridussi in una pappa che rovesciai nel brodo. Il frullino non ce l'avevo, allora usai il manganello per far fuori i grumi finché quella dannata pappetta fu perfettamente amalgamata. Iniziava a bollire, e decisi di lasciarla tranquilla per un paio di minuti.
Montai il tuorlo d'uovo e la panna, li mescolai con un po' di salsa bollente, versai di nuovo tutto nella pentola. Cominciai a torchiare il limone, e non ci volle molto perché sputasse quello che doveva sputare. Era facile, maledettamente facile, ma sapevo che se avessi lasciato la salsa bollire ancora il tuorlo d'uovo sarebbe diventato frittata.
Ormai ero pronto per versarla sulla carne e servire, ma non avevo fame. La bionda non s'era fatta vedere. Era più tosta di quanto pensassi. Andai fuori a intossicarmi di sigarette e di whisky.
Postato da CuloDritto alle 14:07 |
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Rieccomi
Un'ora e mezza di gemiti e lamenti, intercalati da una selezione scelta di ballate tirolesi e canti alpini rivisitati in dialetto sardo.
Un'esperienza unica per una notte bagnata.
CuloDritto: sentila, per non sentirti solo.
Postato da CuloDritto alle 19:01 |
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Lepido
di CiccioFormaggio
Lepido. Aveva una voce sottile, indisponente. Pensava di essere davvero uno dei tre uomini che si spartivano il mondo.
Aveva il mento desolante. Era piccolo, ellissoidale, insignificante. Quando sorrideva – se possiamo definire un sorriso quel ghigno - mostrava anche i denti, piccoli, taglieggiati anch'essi.
Ed erano, anche, sporgenti. Il labbro superiore, quella specie di ricamino, non riusciva a coprirli completamente. Il risultato era esilarante, almeno all'inizio.
Poi quel viso scarno e tirato, quelle spallucce, quel toracino carenato sul corpo alto ma precario e ciondolante, trasmetteva disagio. Quasi come un nano da circo, come un gobbo.
Avere i denti sporgenti, secondo la tradizione nipponica, significa essere stati condannati, a causa di cazzate dette nelle vite precedenti, a non potere mai serrare bene le labbra. Hanno ragione gli orientali. Spesso sono molto saggi.
Quell'essere insignificante, con l'andatura e la postura tipica dell'animale da cortile, entrava nella tenda al centro dell'accampamento come se fosse un triumviro.
Come quando Ercole fu mandato a valutare l’imperatore claudicante, quello che aspirava ad un posto che mai gli sarebbe stato concesso, e scoprì che forse, in qualche modo, “lo si sarebbe potuto definire un uomo”.
Questi vermi sanno, in realtà, di essere delle merdine, ma fingono. Non fingono con loro stessi, si conoscono, ma cercano ogni possibile crepa nel mondo che li circonda per entrarci, strisciare, convivere con la muffa e sopravvivere.
Furono generosi. Sopravvisse, ebbe una sistemazione di fortuna che comunque gli assicurò una vita modesta ma agiata. Troppo per un inetto. Per qualcosa che non è altro che una “calunnia d’uomo”.
E voi ?Qual è la vostra ombra ? Rivelare la vostra vera natura ? Che importa ?
Oppure siete per un distacco dal vento a causa di esperienze funeste ? Quasi sempre succede.
Essersi ritrovate come un possibile umido recipiente per capsule ? E che importa ?Avete o no un'ombra delle ninfe che animavano i boschi dell' Olimpo ? Solo quello importa.
Importa solo che riecheggi, in qualche modo, qualcosa di quei sorrisi. Una traccia di quei piedi nudi, di quei gesti leggeri e violenti.
Dioniso piagava le Menadi.
Le costringeva a correre senza tregua. E queste non riuscivano a fermarsi.
A volte cercavano di reagire. Meticolose procedure di macellazione testimoniavano la loro perenne ebbrezza.
A volte le vittime erano giovani cervi.
Le Menadi li inseguivano, li addentavano, cercavano di mangiarli vivi. Cercavano di divorarli, perché speravano così di divorare il loro padrone, che però era invincibile.
Facevano quello che la loro natura suggeriva per combattere la possessione.Lente e solenni, lasciavano infine le loro vittime.
Sconfitte, riprendevano a correre.
Postato da cicioformaggio alle 21:08 |
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Ho un sogno ricorrente
di CiccioFormaggio
Ho un sogno ricorrente.
Anzi, ne avevo uno che ho fatto per qualche tempo.
Non so dire per quanto, perché, come a volte succede, mi sono reso conto di farlo solo quando ho smesso.
Ma è stato un periodo lungo, credo almeno qualche anno.
Poi è successo che in un film, The Heat, con Al Pacino e De Niro (non il loro miglior film), il primo racconta di un suo sogno ricorrente, che in qualche modo somiglia al mio, e quindi è scattato qualcosa nella mia testa che me lo ha fatto tornare in mente.
Dal momento in cui ne ho avuto consapevolezza, ho smesso di farlo, e da qualche mese sto cercando di ricordarlo nei dettagli, per quanto possibile.
Nel film, Al Pacino è un poliziotto, e racconta il suo sogno: in breve, lui vede, anzi rivede tutte le persone - in genere delinquenti - che ha dovuto uccidere per il suo lavoro.
Gli sfilano davanti, e lui ne è angosciato.
Il mio non è un incubo, e l'atmosfera non è angosciata, ma comunque indefinibile, sospesa.
Non mi vedo mai, nel sogno.
Sono in un posto con poca luce artificiale, o comunque tenue, tra il bianco e l'azzurro.
C'è un tavolo largo e lungo, bianco, come le pareti. Tutto è bianco.
Dall'altra parte, ci sono delle ragazze, e inizialmente io non riesco a metterle a fuoco.
Poi le vedo. Sono tutte ragazze che ho conosciuto, alle quali ho voluto bene.
Parlano tra loro, con fare confidenziale, ma comunque in modo composto.
Sorridono anche, ma si muovono piano, come persone che devono fare un qualcosa di importante che però conoscono bene, come una specie di cerimonia liturgica, ma in un'atmosfera pacata, serena.
Non parlano mai con me.
Mi osservano, mi scrutano, capisco che si concentrano per dirsi qualcosa, forse anche per scriverlo da qualche parte.
Vedo che si scambiano dei cenni col capo, vedo capelli che volano, mani che si muovono.
Nel sogno, io mi aspetto che qualcuna mi rivolga la parola, mi dica qualcosa.
Ma non succede.
Mi ignorano completamente, e io non capisco.
E nemmeno capisco come facciano a conoscersi, a parlarsi in modo così familiare. Sono tutte persone che non si sono mai conosciute.
Questa è l'unica nota ansiosa di tutta la storia.
Poi noto, non so se nel sogno stesso o perché ci penso meglio dopo, che la luce dalla mia parte è più scarsa, e che in qualche modo, loro ne sono al centro.
Il fatto che nessuna mi parli, e che io non dica una parola, continua fino alla fine, e mi lascia addosso una sensazione di incompiuto.
Questi sogni funzionano in modo strano, credo sia capitato anche a te. Quando li rifai, inconsapevolmente, cerchi di capire delle cose, cerchi di vedere cosa succede.
Una delle ultime volte, nel sogno, ho cominciato a pensare. Mi è tornata in mente la dottrina cattolica sugli angeli. Mi sono ricordato che, anche nell' Islam, gli angeli sono fatti di luce.
E sono loro che pongono le domande che servono a giudicare gli uomini nel giorno del giudizio finale.
Questo mi faceva capire che, forse, erano loro stesse a promanare la luce, e forse ad esserne formate.
Ognuna di loro aveva una luce che brillava negli occhi, una scintilla che illuminava tutto il resto.
Non erano le ragazze sempre vergini che aspettano ogni fedele nel paradiso pieno di giardini e acque dolci e fresche, erano qualcosa di molto di più.
In ognuna di queste ragazze c'era qualcosa di magico, di sovrannaturale, lo ricordavo bene.
Lo dicevano i loro occhi. A volte era qualcosa di forte e intenso, immediatamente riconoscibile, a volte intermittente, ma c'era, sempre.
L'idea di essere al centro dell'universo, di essere la sola persona ad esistere realmente, riemerge.
Ha a che fare col solipsismo, con una degenerazione dell'egocentrismo assoluto, quello che a volte si manifesta nei bambini che pensano troppo.
E se fosse proprio così ? Nel sogno, preso da questa spirale, cominciavo a ricomporre. Loro, erano tutti gli angeli che mi erano stati inviati da qualcuno, li riconoscevo dagli occhi, tutti diversi, ma tutti in qualche modo avevano lo stesso scintillio.
Mi avevano incontrato, e ora dovevano giudicarmi.
E quei sorrisi ? quei visi che si concentravano, che evidentemente cercavano di ricordare, di mettere a fuoco..
Mi sosteneva un poco la consapevolezza, o forse la speranza, di avere sempre voluto bene ad ognuna, di avere sempre in mente un sorriso.
Troppo benevolo verso me stesso, evidentemente.
Non ricordavo alcun dolore, nemmeno di quelli inflitti inconsapevolmente.
Ho sperato di rivivere ancora questo sogno, vorrei porre delle domande, cercare conferme.
Sono sicuro che ci sarebbero sorrisi, e occhi che brillano.
So che non ci sarebbero risposte.
Postato da cicioformaggio alle 23:32 |
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